Il disconoscimento di paternità è l’azione con cui si chiede al tribunale di accertare che il marito della madre non è il padre biologico di un figlio nato durante il matrimonio, facendo cadere la presunzione di paternità (artt. 231 e 243-bis c.c.). Possono proporla il marito, la madre e il figlio: madre e marito entro termini brevi e mai oltre cinque anni dalla nascita, il figlio in qualsiasi momento (art. 244 c.c.).
Vediamo quando opera la presunzione, i termini per ciascuno, come si prova che il marito non è il padre, il ruolo del curatore speciale e cosa cambia per cognome, mantenimento ed eredità.
In breve
- La madre può agire entro 6 mesi dalla nascita o da quando ha saputo che il marito, al tempo del concepimento, non poteva generare (art. 244 c.c.).
- Il marito ha 1 anno dalla nascita, oppure dalla scoperta certa dell’adulterio o della propria impotenza a generare; per madre e marito il limite massimo è di 5 anni dalla nascita.
- Per il figlio l’azione non si prescrive mai; se è minorenne agisce un curatore speciale nominato dal giudice.
- La prova decisiva è di solito il test del DNA disposto dal giudice; la sola dichiarazione della madre non basta (art. 243-bis c.c.).
Quando serve il disconoscimento? La presunzione di paternità
Per legge il marito è il padre del figlio concepito o nato durante il matrimonio (art. 231 c.c.). È una presunzione di paternità: vale automaticamente, senza bisogno di riconoscimento, e resta ferma finché una sentenza non la elimina. Si presume concepito durante il matrimonio anche il figlio nato entro 300 giorni dalla sua fine, per morte del marito, divorzio o annullamento; la presunzione non opera invece per chi nasce oltre 300 giorni dalla separazione pronunciata o omologata, o dall’udienza in cui i coniugi sono stati autorizzati a vivere separati (art. 232 c.c.).
Il disconoscimento riguarda solo i figli nati nel matrimonio. Se il figlio è nato fuori dal matrimonio ed è stato riconosciuto da un uomo che non è il padre, lo strumento è diverso: l’impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità (art. 263 c.c.), con termini propri. E se il padre biologico vuole essere dichiarato tale, o il figlio vuole farlo dichiarare, prima va rimossa la paternità del marito: la causa successiva è spiegata nella guida sul riconoscimento di paternità in tribunale.
Chi può chiedere il disconoscimento ed entro quando?
L’azione spetta al marito, alla madre e al figlio (art. 243-bis c.c.). I termini dell’art. 244 c.c. sono di decadenza: il giudice li verifica d’ufficio e, una volta scaduti, l’azione non si può più proporre.
La madre
Deve agire entro 6 mesi dalla nascita del figlio, oppure dal giorno in cui ha saputo che il marito, all’epoca del concepimento, era impotente a generare. In ogni caso non oltre 5 anni dalla nascita.
Il marito
Ha 1 anno dalla nascita, se in quel momento si trovava nel luogo in cui il figlio è nato; se era lontano, l’anno decorre dal suo ritorno o da quando ha avuto notizia della nascita. Se prova di aver ignorato l’adulterio della moglie o la propria impotenza a generare, il termine parte da quando lo ha scoperto. Per la Cassazione conta una conoscenza certa, non un semplice sospetto: non basta una frequentazione, serve la notizia di una relazione idonea al concepimento, e tocca al marito provare quando l’ha avuta. Anche per lui vale il limite assoluto di 5 anni dalla nascita.
Il figlio
Per il figlio l’azione è imprescrittibile: da maggiorenne può agire quando vuole. Se è minorenne, l’azione può essere promossa da un curatore speciale nominato dal giudice su istanza del figlio che ha compiuto 14 anni oppure, per i più piccoli, del pubblico ministero o dell’altro genitore (art. 244, ultimo comma, c.c.). Prima della nomina il giudice assume sommarie informazioni e, secondo la giurisprudenza, valuta se l’azione corrisponde all’interesse del minore.
Se chi aveva diritto ad agire muore prima della scadenza, l’azione passa ad alcuni familiari, con termini propri (art. 246 c.c.).
Come si prova che il marito non è il padre?
Chi agisce può dimostrare con ogni mezzo che il rapporto di filiazione non esiste, ma la sola dichiarazione della madre non basta (art. 243-bis c.c.). Dopo una sentenza della Corte costituzionale del 2006 e la riforma della filiazione del 2013 non è più necessario provare prima l’adulterio: si può chiedere direttamente la prova genetica.
In causa il test del DNA lo esegue un consulente nominato dal giudice, con garanzie sull’identità dei campioni. Un test fatto privatamente può servire a orientarsi, ma ha un valore limitato e prelevare il DNA di un minore senza il consenso di chi ne ha la responsabilità può creare problemi. Nessuno può essere costretto al prelievo, ma il rifiuto ingiustificato è valutato dal giudice come argomento di prova (art. 116 c.p.c.).
Come si svolge la causa?
- Ricorso al tribunale ordinario con il rito unico per persone, minorenni e famiglie della riforma Cartabia (artt. 473-bis e seguenti c.p.c.). Se il figlio è minorenne è competente il tribunale del luogo in cui vive abitualmente, per esempio Palermo o Caltanissetta.
- Parti: marito, madre e figlio devono partecipare tutti al giudizio (art. 247 c.c.); se il figlio è minorenne è rappresentato da un curatore speciale. Interviene anche il pubblico ministero.
- Consulenza genetica disposta dal giudice, insieme alle altre prove.
- Sentenza: quando diventa definitiva viene annotata nell’atto di nascita.
Non serve la mediazione obbligatoria e non è possibile un accordo che sostituisca la sentenza, perché lo stato di figlio non è nella disponibilità delle parti.
Cosa cambia dopo il disconoscimento: cognome, mantenimento ed eredità
La sentenza fa venir meno il rapporto di filiazione con il marito fin dalla nascita. Resta intatto il legame con la madre. Le conseguenze pratiche sono queste:
- Cognome: di regola il figlio perde il cognome del marito della madre. Se quel cognome è ormai parte della sua identità, soprattutto da adulto, i giudici tendono ad ammettere che possa conservarlo: la richiesta va fatta nella causa.
- Mantenimento: cessa l’obbligo del marito. Per quanto ha già versato, secondo diverse pronunce può chiedere il rimborso al padre biologico, una volta accertata la sua paternità. Il mantenimento futuro va chiesto al padre biologico con i criteri della guida sull’assegno di mantenimento per i figli.
- Eredità: il figlio perde i diritti successori verso il marito e i suoi parenti, e viceversa. Li acquista verso il padre biologico solo dopo il riconoscimento o la dichiarazione giudiziale, come spiegato nella guida sulla successione senza testamento.
Domande frequenti
Si può disconoscere un figlio dopo cinque anni dalla nascita?
Il marito e la madre no: superati i cinque anni l’azione è preclusa anche se il DNA esclude la paternità. Il figlio invece può agire in qualsiasi momento, anche da adulto.
Se siamo tutti d’accordo serve comunque la causa?
Sì. Lo stato di figlio si modifica solo con una sentenza, anche quando marito, madre e padre biologico sono d’accordo. L’accordo però rende la causa più semplice e spesso più breve.
Il marito può chiedere un risarcimento alla moglie?
In casi particolari sì: alcune pronunce della Cassazione hanno riconosciuto il danno quando la moglie aveva consapevolmente nascosto al marito che non era il padre. Servono prove rigorose e la valutazione dipende dalle circostanze del caso.
Un disconoscimento incide sull’identità di un figlio e sugli equilibri di un’intera famiglia, e i termini brevi non lasciano spazio a esitazioni. Lo Studio Legale Di Carlo, a Palermo e Mussomeli, può valutare con riservatezza la vostra situazione e verificare se avete i requisiti per il patrocinio a spese dello Stato: potete contattarci per un primo colloquio.



