Risarcimento del danno per infortunio di gioco: è possibile?

Quando un fallo durante una partita, anche amichevole, obbliga a risarcire il danno: il rischio accettato da chi gioca e il criterio della violenza estranea al gioco.

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Risarcimento del danno per infortunio di gioco: è possibile?

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Il risarcimento del danno per un infortunio di gioco è possibile. Esiste infatti una responsabilità per le lesioni personali causate a un giocatore dal comportamento di un altro partecipante alla gara.

Rispetto alla responsabilità ordinaria, però, c’è una differenza importante. Nel caso di un infortunio sportivo bisogna valutare se chi ha causato il danno abbia agito con la volontà di fare male.

Nello sport, infatti, c’è una maggiore tolleranza, per due motivi. Chi partecipa a una competizione, agonistica o no, mette sempre in conto un margine di rischio. Inoltre l’agonismo porta a compiere azioni che, pur consapevoli, sono dettate dalla foga del momento.

Quando il fallo obbliga al risarcimento?

Per stabilire se un fallo comporta responsabilità civile bisogna valutare il collegamento tra gioco e danno. Se l’atto è compiuto per ferire, oppure con una violenza incompatibile con le caratteristiche concrete del gioco, questo collegamento manca. In tal caso sussiste l’obbligo di risarcimento.

Il risarcimento non spetta, invece, allo sportivo che subisce danni permanenti durante una partita di calcio, anche amichevole, se il fallo avviene nel corso di un’azione di gioco. Il calcio, come altri sport, prevede un normale contatto fisico tra i partecipanti. Chi gioca si assume il rischio di subire un danno.

L’assenza di volontà di fare male da parte dell’avversario e il rischio accettato volontariamente da chi è stato ferito escludono quindi qualsiasi risarcimento.

Decisive sono le prove. Se emerge che «l’azione di gioco, se pure fallosa, non sia trasmodata, comunque, in condotta esorbitante rispetto al contesto e alle finalità del gioco», chi ha causato il danno non ne risponde. Se invece manca qualsiasi collegamento tra il danno e il gioco, si è di fronte a un illecito sportivo.

Cosa dice la Cassazione sulla responsabilità sportiva

La Corte di Cassazione ha precisato che la responsabilità sportiva sussiste se il giocatore ha agito con la volontà di fare del male. Si pensi a un contatto fisico, come una spinta o una gomitata, quando il gioco è fermo. In questo caso l’atto non ha legami con il gioco e chi lo ha commesso risponde del danno.

La responsabilità sportiva non sussiste, invece, se le lesioni derivano da un gesto compiuto senza la volontà di ferire e senza violare le regole del gioco. È il caso, nel calcio, di un contatto involontario tra difensori e attaccanti. L’azione rientra nel normale e prevedibile svolgimento della partita e quindi non c’è responsabilità.

C’è invece responsabilità ogni volta che si usa un grado di violenza o di irruenza incompatibile con le caratteristiche dello sport praticato. Lo stesso vale se la violenza è incompatibile con il contesto concreto in cui si gioca.

Si pensi a un giovane che gioca a calcetto con persone molto più anziane di lui. Se entra in scivolata da dietro a forbice, con il pallone lontano, e un altro giocatore si lesiona il tendine, quasi certamente sarà responsabile. Dovrà quindi risarcire il danno.

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